Si racconta che Benedetto Croce, ormai settantenne, un giorno, caparbiamente rovistando negli scaffali della sua immensa biblioteca, alla ricerca di non si sa bene cosa, alla fine, tra spazientito e deluso, si sia gettato su una poltrona a restaurare il corpo, stanco, non meno della mente, di quegli improduttivi e faticosi saliscendi da una scaletta, inutile, in quella circostanza, alla bisogna. Aveva impegnato, quell’uomo dalla mente bizantina, molte e molte ore per soddisfare un desiderio, natogli dentro così, senza una ragione precisa, di sfogliare un libro, uno dei tanti, in cui la sua insaziabile voracità di lettore impenitente lo aveva portato, forse perfino costretto, a cimentarsi. Anzi – ricordava adesso, mentre, esausto, si accomodava nell’ampia poltrona di pregevole marocchino, fedele e propizia compagna dei suoi riposi pomeridiani – , era stato un aggettivo che, cadutogli sotto tiro, mentre chiosava un suo amato secentista, da quelle lontananze spagnoleggianti lo aveva trasportato, non senza un palpabile smarrimento, davanti a quel libro di uno scrittore di cui aveva fortissimamente voluto dimenticare l’esistenza. Si direbbe che l’odio, l’animosità, l’avversione da lui nutriti verso quello scrittore erano stati tali, fin dalla prima volta in cui aveva avuto, tanti anni prima, la disgrazia – sì, proprio così, la disgrazia – d’imbattervisi, che la sua esistenza si può dire egli l’avesse impegnata a cancellare del tutto le tracce di quell’esecrabile esperienza.
Ora, affranto, affidava a un sonno ristoratore il compito di scacciare, definitivamente e per sempre (così sperava), quel demone che l’aveva invaso per un’intera mattinata.
Aveva assunto una posizione confortevole, quella cui solitamente si abbandonava quando, spossato dalle fatiche della lettura mattutina (aveva l’abitudine di alzarsi presto e di lavorare fino all’ora di pranzo), dopo un veloce e frugale pasto, consumato lì tra pile di libri e di carte d’appunti, in un disordine di cui egli era regista insuperato, ricercava nel sonno – così egli era solito dire ai suoi amici più cari – una dimensione sovrumana, un’ascensione, in pura essenza, nel regno dell’essere.
Sapeva che avrebbe dormito come tutti gli altri giorni, innumerevoli giorni, in cui, secondo un rito mai interrotto, quella poltrona diventava il sacerdote che lo metteva in diretta relazione con l’eterno. Quante volte, poi, infastidito, seccato, tediato da tante cose, piccole o grandi (gl’impegni con l’editore, le visite di amici e conoscenti, spesso di disturbatori, di giovani studiosi che, in cerca di suggerimenti, venivano ad onorare il sommo pontefice della filosofia e della critica letteraria), con quel faccione quasi sempre atteggiato a burbanza, da cui traluceva però un fondo di bonarietà, quante volte, nonostante tutto, era riuscito a prender sonno, con l’ammiccante complicità di quella poltrona!
Quel giorno, però, avvertiva un non so che di strano, qualcosa di indefinibile, di inafferrabile, come un presentimento che quell’ora di riposo sarebbe stata un’ora d’inferno.
Aveva, infatti, appena chiuso gli occhi, che gli parve che uno spuntone o qualcosa di simile lo spingesse da sotto, dalla parte del gluteo sinistro, fino a provar dolore, ma che egli resistesse con stoica fermezza, almeno per un poco. Avvertiva, nello stesso tempo, che quella spinta verso l’alto s’intensificava sempre più e che egli stava, poco a poco, perdendo il contatto con la poltrona, come se quel maledetto paranco lo proiettasse verso un luogo fuori della Terra, luogo, che vedeva fittamente abitato da corpuscoli di cui però ancora non riusciva ad identificare la forma.
Fu un attimo solo, perché subito s’accorse, con terrore, che quei corpuscoli erano “j” animati e parlanti, il cui copricapo era un libro, proprio quel libro che egli, ostinatamente ma invano, aveva cercato per tutta la mattinata. Ed ora quei “j” lo accerchiavano, lo minacciavano protendendo quel libro verso di lui, eseguendo come una danza di morte, per la sua morte. Aggressivi erano, infatti, quei piccoli mostri “j”, con quel libro che appariva uno strumento di distruzione, un fucile, una bomba, un rasoio.
Ad un certo punto quel tumulto rancoroso di “j” parve arrestarsi, ma non per dissolversi, ché anzi sempre più numerosi se ne raccoglievano attorno a lui fin quasi a soffocarlo. Provò per un momento una sensazione di sfinimento, di perdita dei sensi, quand’ecco che notò che quella spessa marea di sgorbi, da lontano, s’andava pian piano allargando per far passare qualcuno, cui cedevano la strada con deferenza e rispetto come ad un sovrano.
Quando fu ad una distanza di trenta quaranta metri da lui, ancora accerchiato, quest’uomo, impeccabilmente biancovestito, bastone e cappello in mano, che fino ad allora aveva camminato con passo spedito, sembrò arrestarsi, ma per riprendere subito a camminare, stavolta però con studiata lentezza, quasi volesse accentuare lo smarrimento in cui versava l’accerchiato. Questi capì che quell’uomo doveva essere qualcuno che lì, tra quegli spregevoli “j”, doveva contare molto, se gli inchini e i baciamano al suo passaggio si erano sprecati a tal punto da intralciargli più d’una volta il cammino.
Dunque, se quei sudditi dell’uomo in completo bianco, appena arrivato lui, lo straniero, lo avevano aggredito con grida furibonde e con atti minacciosi, voleva ben dire che il capo stesso venisse ora da lui con intenzioni per niente buone, anche perché ora la distanza che li separava era tale da permettergli di scorgere negli occhi di quella inquietante figura un’espressione poco benevola. Nel formulare questa considerazione, tuttavia, Croce notò una cosa che quasi lo pietrificò di paura.
Quel volto, che ora cominciava a profilarsi davanti a lui, pareva infatti non aver consistenza; solo gli occhi risaltavano in quella specie di vuoto da cui erano circondati. Chi era costui? E che cosa voleva? Perché proprio lui doveva essere oggetto di quello che, da ogni indizio, si configurava come un processo? E poi, che cosa aveva fatto per meritarsi una tale infamia? Non aveva mai oltraggiato nessuno, aveva sempre rispettato la legge, anzi era stato additato a modello da tutti, anche dai suoi avversari… Chi poteva, dunque, essere questo suo nemico?
In preda a un tremore sempre crescente, don Benedetto, intanto, cercava di scrutare ancora più a fondo in quegli occhi senza volto, da cui ora promanava – così gli pareva – la gioia satanica di chi guarda non visto, quando quel Signore dell’Invisibile, facendosi più vicino, a passi ancora più lenti di prima, mentre con la stessa tremenda lentezza alzava la destra con l’indice accusatore puntato come una lama al cuore dell’imputato, si materializzò, come per incanto, e quel volto che, fino ad allora, incuteva paura per la sua assenza, ora, fattosi carne e sangue, ancor più sconvolse don Benedetto.
A pochi passi da lui, infatti, si trovava, in un faccia a faccia sempre evitato, colui che egli aveva, in vita, condannato senza appello, il cerebrale siciliano di Girgenti, Luigi Pirandello, il loico pedante che, filosofando e facendo filosofare i suoi personaggi sulla scena, aveva scardinato il sistema critico suo, cioè di Croce, per il quale l’atto creativo, come intuizione pura, non ammetteva moventi eterogenei, oratori o, peggio, filosofici. Insomma, quel Pirandello che aveva sbriciolato l’estetica crociana. Donde il disappunto crescente del gran vate della critica italiana, che per di più vedeva la fama e la gloria, il successo di critica e di pubblico diventare sempre più grandi e durevoli per un autore le cui opere egli aveva inesorabilmente bollato come impoetiche.
Ora tutto diventava chiaro: quegli immondi lemuri che lo attorniavano, quei “j” demoniaci erano figura di quell’insopportabile semivocale di cui le pagine degli scritti di Pirandello erano piene (noja, bujo, pajo, jeri ecc.) e che era stata una ragione, e non delle ultime, del fastidio che il filosofo abruzzese aveva nutrito verso lo scrittore siciliano (“una fisima, una fisima”, era solito ripetere, ad orecchie fidate, don Benedetto).
Fu nel momento in cui quella spaventosa e lugubre visione gli si fece chiara, che quell’indice puntuto parve calargli dritto sul cuore per colpirlo, e allora il grande vecchio della “Critica”, in un sobbalzo furioso e definitivo, si svegliò gridando un “Noooo!!!” così animalesco e possente da far precipitare nel suo studio parenti e servitù preoccupatissimi.
Appariva stravolto e fece una gran paura al suo vecchio e fedele servitore Gonzalo, che, da tanti anni ormai, abitava in casa Croce, accorso primo fra tutti, e che cercava di sapere e nello stesso tempo di rinfrancare, come poteva, il padrone, vedendolo in uno stato di prostrazione che non gli conosceva.
Croce, nonostante le pronte cure, rimase per qualche giorno in uno stato di preoccupante inebetimento. Poi si riprese, ma piuttosto lentamente e senza aver fornito la vera spiegazione dell’incubo che, il pomeriggio di alcuni giorni prima, lo aveva tormentato per alcuni lunghi, interminabili minuti.
Solo più tardi, quasi in punto di morte, ad un suo caro allievo, che poi ne diede notizia, confidò il suo segreto. Se si fosse anche pentito della lunga e tenace avversione contro Pirandello, non è dato sapere. L’allievo non ha voluto mai dire nulla di preciso. Ha accennato soltanto ad un vago, equivoco e fuggevole sorriso che, poco dopo la confessione, illuminò il volto affilato ed esangue di Croce, mentre l’indice e il mignolo della mano destra, pur con fatica, assumevano l’inconfondibile forma del più napoletano degli scongiuri: le corna. |  |